Multiculturalismo, riflessione antropologica

Abbiamo iniziato sentire parlare di multiculturalismo verso la fine degli anni Ottanta, quando metropoli come Londra e New York erano già da decine di anni laboratori a cielo aperto, fucina della società multirazziale odierna. L’immigrazione aveva spinto milioni di persone in poche aree del mondo, riunendo tantissime etnie diverse in poche città.

In seguito all’intensificarsi dei processi di globalizzazione (turismo, capitalismo e immigrazioni a livello mondiale), il multiculturalismo ha iniziato ad essere visto come un concetto più vicino e facile da comprendere dall’intera popolazione. Era comune vedere immigrati per strada, a lavoro o vicini di casa. I governi hanno iniziato a creare politiche specifiche e per molti anni si è parlato di processi di inclusione sociale portando avanti il vessillo dell’integrazione delle minoranze. Integrazione, questa parola tanto utilizzata dai politici di tutto il mondo. E’ veramente la corretta soluzione ai mali dell’esclusione sociale?

Integrazione Vs. Interazione

Riflettendoci bene, quando mettiamo in atto politiche di integrazione su minoranze culturali per renderle parte integrante della nostra culturale di riferimento (es. popolazioni africane in Europa o USA) non facciamo altro che togliere dalle loro culture elementi distintivi ed inserirne di nuovi, propri della nostra cultura dominante. Sembra proprio che l’integrazione abbia poco a che vedere con la libertà che tanto auspichiamo per tutti.

Spiegando l’integrazione con la metafora dei vestiti, potremmo dire che:

Cerchiamo di togliere i vestiti tradizionali all'immigrato regalandogli dei nuovi vestiti alla moda per renderlo sempre più simile a noi stessi.

L’integrazione è di per sé un condizionamento culturale, in cui la cultura dominante decide usi, costumi e consuetudini da seguire e la cultura debole non può far altro che farli propri. E’ buffo che, se continuassimo a risolvere i problemi del multiculturalismo con politiche di integrazione avremmo risultati opposti a quelli desiderati, perché esse andrebbero ad aumentare la frammentazione e il rischio di apartheidizzazione. Il multiculturalismo, o meglio un certo modo di intendere il multicuralismo, potrebbe produrre la propria contraddizione: il monoculturalismo.

La soluzione multiculturale al problema della convivenza sta nel permettere a ogni singola cultura di esprimersi per ciò che essa è, e questo ovviamente sempre nei limiti della sfera delle libertà altrui. Dal concetto di integrazione si passa a parlare e adottare politiche di interazione, ovvero attività volte alla condivisione.

L’interazione è più facile da utilizzare in un gruppo ristretto, ad esempio un team multiculturale di lavoro, in cui giorno dopo giorno, ogni singola persona impara a convivere con gli altri componenti e acquisisce nozioni derivanti dalle altre culture. Dopo alcune settimane questo processo darà vita ad un team coeso, con regole comuni e con un grado di intelligenza culturale molto più alto (dato dalla somma delle singole culture più il valore aggiunto di nuove idee e connessioni neurali tra modi di pensare diversi). Ma l’interazione può essere estesa ed utilizzata anche per politiche sociali a livello internazionale, ne è un buon esempio l’Erasmus. Alla base del vero multiculturalismo c’è la condivisione. Più una persona conosce e condivide le idee con e degli altri, più si sente parte di un’unica comunità. Un unico mondo, non più diviso da pregiudizi e incomprensioni.

Violenze e abusi

L’integrazione è sicuramente una strada percorribile e di sicuro successo per l’eliminazione delle esclusioni sociali in generale (religiose, razziali, sessuali, ecc.) ma rimane un punto nevralgico di difficile soluzione: usi e consuetudini culturali dediti a violenze o abusi di libertà.

A cosa ci riferiamo? Alla mutilazione degli organi femminili, al matrimonio dei minori combinato dai genitori, alle violenze sulle donne. Questi sono fatti che trovano una difesa culturale (cultural defense) perché in alcune culture sono visti come usi e consuetudini e non come reati. Cosa è giusto fare?

Essere liberi non significa solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetta e valorizza la libertà degli altri.

Nelson Mandela

La risposta più logica ma che ahinoi esclude una soluzione immediata indica il cambio generazionale come lo strumento più opportuno e concreto per apportare una reale trasformazione nel modo di pensare delle persone, direttamente dall’interno della cultura stessa. In una società democratica, saranno i figli ed ancor più i figli dei figli a modificare tali usi e consuetudini se essi li considereranno ingiusti, impropri o limitanti della libertà di una persona.

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